Credo che, come società, dovremmo sederci tutti intorno ad un grosso, grosso tavolo, e fare un’importante, quanto scomoda, conversazione.
Perché tutti sono così stupidi?
Perché dai su, diciamocelo, siamo troppo stupidi.
TROOOOOOOOOOPPOOOOOO1STUPIDI.
A riprova di questa mia tesi, addurrò alcune storie vere, tratte dalla vita vera (la mia) (perché sì, cari amici!, dovete sapere che anch’io ho una vita al di fuori di questo blog, che aggiorno costantemente con cadenza diciottomestrale).
Storia vera n.1: il mio nuovo medico di base
L’altro giorno ho dovuto cambiare medico di base.
Ero, difatti, nel seguente conundrum:
- Ho cambiato città (poi farò un post apposito per raccontarvelo, tra una diciottina di mesi)
- E’ gennaio, mese notorio per le febbri (sumere e non).
Pertanto ho fatto il seguente pensiero: qua2 se m’ammalo, il vecchio medico non può farmi l’agognato certificato di malattia, che mi consentirebbe di stare a casa con la malattia, anziché andare al lavoro con la malattia (prassi che, comunque, negli ultimi anni sembra andare per la maggiore, in questo bel Paese del bel lavoro e del bel canto (in tonalità, perché no?, anche di la maggiore)).
Pensate che fortuna: pochi giorni dopo aver cambiato medico di base… mi sono ammalato.

Pertanto:
-controllati gli orari del mio nuovo medico E sul foglio della ASL E su Internet;
-osservandone (oh divina coincidenza!) che il lunedì il medico in questione riceveva dalle 16:00 alle 18:00 (
T’aviss’ a stancà
);
-mi sono addentrato nei pochi, semplici passaggi, che il mio attuale datore di lavoro esige nella redazione della malattia:
- Accertarmi che la mia assenza abbia un impatto minimo sugli obblighi del periodo in auge3
- Parlare col responsabile
- Fare delle cose burocratiche
- Compilare dei form in cui dico che prendo malattia e per quanti giorni senza avere ancora il certificato in mano (né potendolo avere, in quanto il medico apre alle 16:00)
- Chiamare le Risorse Adibite a spiegarmi come compilare il suddetto form senza avere ancora il certificato
- Attendere in linea per sei minuti
- Ascoltare a ripetizione le prime tredici battute dell’Autunno di Vivaldi, formato Midi distorto
- Gioire perché le Risorse Adibite hanno risposto
- Farsi spiegare il giro di Peppe burocratico (bordeline illegale) che va fatto compilando sto cazzo di form che ti costringe a mettere il certificato senza avere il certificato perché, non so se l’ho già detto, il medico apre alle 16:00.
E dunque, alle ore 8:30 di un lunedì mattina, mi trovo nel mio esiguo e scompigliato salottino, in possesso di:
- una richiesta per malattia
- una malattia
Mi manca solo lui:

…il certificato di malattia!!!
Dunque, nel primo dopopranzo, dopo aver mangiucchiato, dormicchiato, scatarricchiato; avvolto in strati di lana e sintetici, direziono il mio sistema nervoso centrale rincojonito verso lo studio del nuovo Medico di Base.
Con guerce palpebre lacrimevoli seguo Google Maps, evito di fare incidenti, nonché trovo parcheggio (a pagamento).
La ASL dice che il medico sta al civico n.139.
Lo cerco e… lo trovo.
O meglio, trovo un citofono.
Esso contiene vari cognomi di individui fortunati (in quanto residenti in una gettonata zona con parcheggi a pagamento), e ben QUATTRO STUDI:
- “Studio Avvocato XXXXX”
- “Studio Notaio YYYYY”
- “Studio Medico”
- “Studio Medico Dott. ZZZZZ”
Scartati felicemente i primi due, ed osservato che il mio dottore non si chiama ZZZZZ, citofono baldanzoso e confidente al citofono del generico “Studio Medico”.
Attendo svariati secondi.
Baldanzoso, e un po’ meno confidente, ricitofono al citofono.
Attendo altri secondi.
Né baldanzoso, né confidente, citofono al citofono per la terza volta.
“Benissimo” mi dico, “proviamo a citofonare al citofono del Dott. ZZZZZ. Magari il mio medico, la Dottoressa TDC” (d’ora innanzi sarà appellata in questo modo) “si appoggia al Dott. ZZZZZ”.
Poiché sono le 16:10, e forte della convinzione che ASL e Internet devono essere corretti nel loro coerente orario 16:00 – 18:00, citofono al citofono del Dott. ZZZZZ.
Il portone del palazzo si sblocca.
Felice, entro nell’androne, e cerco al piano terra lo studio del Dott. ZZZZZ ma non lo trovo, poi salgo al primo piano ma non lo trovo, poi al secondo ma non lo trovo, poi al terzo ma non lo trovo, poi al quarto ma non lo trovo, insomma avete capito.
Egli sembra non esistere.
Espettorare il polmone sinistro per le scale di un condominio sconosciuto, nella vaga speranza che il medico cercato sia un alter ego del mio medico curante, non è esattamente il mio hobby preferito.
Per fortuna, incontro un elegante condòmino, il quale bisbiglia al mio orecchio un segreto antico per pochi iniziati:
Aoh, ‘gni vorta ‘a stessa storia! Er Medico ZZZZZ sta ner seminteràto.”
Ringrazio l’incappucciato accolito con un sonoro paio di starnuti a lui dedicati, e per un’ammuffita scala discendo nelle adombrate segrete di quel condomìnio.
Il buio marcescente viene squarciato da un fiume di luce artificiale al neon.
Mi aspetto che ad aprirmi, in senso quasi non più metaforico, sia un segaossa del KGB.
E invece no: è una signora apparentemente gentilissima sulla cinquantina, con gli occhiali e i capelli corti tinti di bordeaux.
“Buonasera” dice, “il Dottor ZZZZZ la stava aspettando.”
“Ahem” balbetto io (asciugandomi il naso), “veramente io starei cercando la Dottoressa TDC”.
La signora tramuta la sua espressione in odio fiammeggiante purissimo.
“SEMPRE LA STESSA STORIA!” ruggisce. “VOI PAZIENTI DELLA DOTTORESSA TDC!!! NON SAPETE LEGGERE? QUI C’E’ SCRITTO DOT-TOR Z-Z-Z-Z-Z!!!!! C’E’ FORSE SCRITTO DOTTORESSA TDC? VEDE FORSE SCRITTO DOTTORESSA TDC?????”
E’ vero che dovrei alterarmi, ma in cuor mio sono felice.
Si vede che sono sulla buona strada: ho commesso un errore, ma sono in buona compagnia.
La Dottoressa TDC deve essere vicina.
Chiedo pertanto scusa, e dimando alla gentil megera donde caperpero sia situato lo studio de la dottoressa TDC.
“Salga le scale” esala, con voce resa rauca dalla recente imitazione di un noto gruppo death metal, “esca dal portone, giri a sinistra, faccia la rampa, volti di nuovo a sinistra, faccia qualche passo, costeggi il retro dell’edificio, e troverà l’altro ingresso numero 139. Lo studio è lì. Arrivederci” termina, sbattendo la porta sul mio naso (smocciolante).
Seguo lieto quelle istruzioni, e dopo una comoda passeggiata di sei minuti sono dinanzi… ad una porta bianca.

Quale gioia nel leggervi affisso il seguente (muschioso) cartello!
Studio della Dottoressa TDC
Quale tristezza, ahimé, nel leggere su un fogliaccio, tenuto su da scotch vari, il seguente incipit:
Orari: Lunedì 10:00 – 12:00
(…)
Un momento: ASL e Internet dicevano che riceveva alle 16:00!
Disperato, scorgo un ulteriore fogliaccio, sgualcito e scotchato, posto in un visibile angoletto a lato della suddetta porta bianca:
Lun. l’amb. è aperto al Civico n.6, dalle ore 14:00 alle 16:00
Molte, a quel punto, le domande che nel mio cervello intriso di muco e batteri si sono affaccendate.
- L’amb. nel senso l’ambulatorio?
- L’ambulatorio nel senso il medico di base?
- Il Civico n.6 di quale strada di quale città?
- Lun. di che anno?
Una, però, essendo ormai le 16:15, troneggia su queste per importanza nonché urgenza:
- come cazzo facevo a scoprirlo in tempo, e adesso che cazzo faccio? (Lo so, scusate, erano due).
Un cittadino malato, a quel punto di un rigido e plumbeo pomeriggio di gennaio, fa quel che può: ovvero, suonare il citofono (quattro volte, senza risultato), chiamare al telefono (sei volte, senza risultato), per poi farsi una salutare corsetta di un abbondante par de chilometri fino al Civico n.6, sperando sia sulla stessa via del suddetto Civico n.139.
Ora, l’ingresso del Civico n.6 consiste in un ampio atrio di un ancor più ampio condominio, consistente in quattro scale distinte. Dettaglio di interesse del condominio in questione, da non sottovalutare, è l’assenza (ad un occhio distratto) di citofoni indicanti “Studio Medico”.
L’occhio però attento di un disperato contribuente, in lacrime un po’ dovute alla malattia (e un po’ al fatto che da venti minuti si sta mozzicando la lingua per non cacciare giù vari santi), non può non scorgere un citofono, in cui una linguetta cartacea tenuta su dallo scotch e scritta a mano a penna, indica un inequivocabile
Studio medico: Dottor WWWWW
Come non tentare di citofonare ad un nuovo dottore, dal cognome tanto valido (seppure diverso dal fatidico TDC che stavo cercando?)
Peccato ch’egli, o chi per lui, non risponda al citofono; nemmeno se suonato con ogni possibile combinazione di due-tre-quattro dita, e infine con tutte e cinque le dita contemporaneamente.
A quel punto, il contribuente tenta il tutto per tutto.
Marciando con una furia che cancella financo i sintomi della malattia, torna al n.139, e si attacca all’unico cazzo di citofono da cui c’è una qualche speranza di ottenere una risposta: quello della porta bianca, ovvero della dottoressa TDC.
Uno, due, tre minuti di BZZZZZ.
Mentre suono il citofono, faccio squillare il telefono.
“Cinque minuti così” mi dico, “giusto per sfogarmi. Poi chiamo la guardia med… Un momento!!!”
Lo so, lo so, non ci si può credere, ma…
Un lieto rumor s’ode.
D’interno allo studio, un movimento.
La port’apr’una donna.4
E’ una signora sui quarantacinque, normovestita, bionda tinta.
“Lei che vuole?” mi chiede, scocciata.
“Sto cercando la Dottoressa Testa Di Cazzo” dico io, rivelandone il cognome ai lettori esultanti.
“Sono io” risponde. “Quale arroganza possiede lei, per presentarsi qui fuori orario, attaccandosi al citofono come un pazzo?”
“Gentilissima Dottoressa” inizio la mia risposta, selezionando accuratamente le sillabe che produrranno, si spera, l’outcome desiderato. “L’orario riportato, E da ASL, E da Internet, è 16:00-18:00″.
“Non ha letto il cartello? L’ho messo apposta per voi! Se dico che ricevo al n.6, dalle 14:00 alle 16:00, perché vi presentate tutti qui al n.139 fuori orario?”
Forse è meglio che io non riporti troppo pedissequamente la debacle conseguente.
La Dottoressa, purtroppo, non sembra neanche comprendere il significato del concetto di Macchina del Tempo; figuriamo fornirne un modello in dotazione ai suoi cari assistiti, allegato al fogl. in cui si dic. che l’or. è antic. piatev. and. cul. graz..
E’ interessante però osservare la sua frase, sbertucciata a mantra in questo frangente, proprio mentre mi fa entrare nello studio e accende scocciata il suo computer portatile:
Perché credete tutti che attaccandovi al citofono io vi debba ricevere? E’ inaudito! Cosa vi dice la testa?
Quindi sono, nuovamente, in buona compagnia.
Evidentemente, tutto si è svolto secondo le linee guida del Sistema Sanitario Nazionale, il cui ultimo checkpoint deve necessariamente avere il seguente aspetto (ometto i primi ventitré punti, avendoli appena dettagliati con cura):
- (…)
- (…)
- (…)
- (…)
- (…)
- (…)
- (…)
- (…)
- (…)
- (…)
- (…)
- (…)
- (…)
- (…)
- (…)
- (…)
- (…)
- (…)
- (…)
- (…)
- (…)
- (…)
- (…)
- Farsi ricevere e visitare dalla Dottoressa TDC, mentre ella fànfara in continuazione sul fatto che le è assolutamente impossibile visitarLa.
E adesso, il gran finale: la nostra conversazione, frase per frase, durante la visita, avvenuta interamente nella sala d’aspetto (vuota), in quanto il suo studio era occupato…
…dalla sua bambina, circa sei- o sett-enne, che stava facendo i compiti di inglese insieme ad un tizio madrelingua (che evidentemente poteva prestare tali servigi solo nella fascia 16:00-18:00 del lunedì).
Dottoressa: “Lei cos’ha?”
Io: “Influenza. Mi servono due giorni di permesso”.
Dottoressa (senza guardarmi neanche in faccia): “Benissimo. Un momento.”
Bambina: “De flauer is on de… televisione!”
Insegnante madrelingua che parla lento: “Brava! Sai come si dice televisione? Si dice television!”
Dottoressa: “Mi dia il suo indirizzo email”
Bambina: “Ok”
Io: (Do il mio indirizzo)
Insegnante madrelingua che parla lento come se fosse stupido: “Dai! Ripetiamo insieme la frase!”
Dottoressa: “Adesso le stampo il certificato”
Bambina: “De flauer is on de televiscion!”
Dottoressa e insegnante madrelingua insieme: “Che brava che sei!”
Io: “Veramente bravissima. Grazie per il certificato”
Dottoressa: “Si figuri. Esca dalla porta secondaria. Arrivederci.”
Tizio madrelingua che invidio ancor meno del sottoscritto: “Ma sei proprio bravissima! Incredibile! Ma proprio brava brava brava! Dai, diciamo la prossima frase!”
Mentre esco dalla porta secondaria, che (interessantemente) è proprio lo Studio Medico generico del Civico n.139 (per capirci, quello della scala ammuffita e dell’accolito incappucciato), le mie orecchie semitappate sgraffignano l’ultima frase inglese della bambina-prodigio:
“De sertifichet is in de hend of de malat contribuent!”
Scroscio di applausi.
“BRAVA!!!!! BRAVAAAAAAAAA!!!!!!!” si sgolano i n.2 spettatori di quel comizio di anglofona retorica, ovvero la Dottoressa TDC e il madrelingua.
“Solo una cosa” puntualizza quest’ultimo, pregustando la lauta mancia che i suoi lecchinosi servigi, gemmati dalle mie tasse e transitati fugacemente per quelle della Dottoressa, gli guadagneranno.
“Non si dice malat contribuent; si dice strònz.”

- Credo di aver citato inconsapevolmente un comico boomerone anni 80 che fa scompisciare i boomeroni, ma non mi ricordo chi è né mi va di cercarlo (e poi dai oh, non si può avere l’esclusiva sulla parola “TROOOOOOOOOPPOOOOOO”).
↩︎ - Qua nella nuova città.
↩︎ - Recenti studi, difatti, dimostrano che scadenze ed obblighi lavorativi improrogabili hanno un impatto positivo su febbre, raffreddore ed altri sintomi influenzali, deferendoli fino ad un massimo di n.15 giorni, quando non li debellano in toto.
Sono in corso varie ricerche per implementare tali misure, a vantaggio del benessere della popolazione in senso ampio (ad esempio, aumentando ulteriormente l’età pensionabile, è possibile che si ritardi l’insorgere di patologie legate all’invecchiamento). Mi dispiace fare l’ennesima figura di chi non perde un’occasione per adulare i nostri alleati d’oltreoceano, ma gli americani in questo stanno avanti a noi anni luce.
↩︎ - Sì, avete capito bene, ho composto un haiku per l’occasione.
↩︎

